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Una FIPAC più forte per guardare al futuro con serenità – la relazione del Presidente Vivoli

Cari colleghi,
questa Presidenza si svolge all’indomani di una tornata elettorale, che per il numero dei cittadini chiamati ad esprimersi e per il valore politico, hanno assomigliato a quelle che negli Stati Uniti chiamano elezioni di metà mandato.

Da qui l’innegabile valore politico, che per molti commentatori si è tramutato come un primo giudizio sull’attività del Governo Renzi.

“Come al solito hanno vinto tutti”. Così con un titolo ad effetto de IL TEMPO ha fotografato i commenti dei leader politici all’esito del voto.

E’ un pessimo costume italiano. Ma è indubbio che il grande vincitore è stato il partito dell’astensione, o meglio dell’assenteismo. Oramai metà degli italiani non trova un’offerta politica appetibile che li faccia uscire da casa per andare a votare. Vuol dire che troppe idealità e troppi interessi non riescono a essere rappresentati dai partiti esistenti. Che non sono pochi, ma appaiono o quasi indistinguibili l’uno dall’altro, o apertamente antisistema, raccogliendo la protesta e la delusione, ma incapaci a rappresentare una diversa prospettiva di governo.

Da tutto ciò c’è poco da compiacersi.

L’esito del voto complica l’azione di governo. Per Renzi si aspettano mesi di duro e faticoso lavoro. Non è solo una questione di coesione interna al suo partito. E’ la sua attività di governo, che si dimostra non all’altezza della sua grande ambizione di cambiare l’Italia. Non solo.

Il presidente del Consiglio deve interrogarsi sul suo rapporto con gli italiani. Finora ha cercato di rianimare un Paese sfiduciato, di cattivo umore, che aveva perso la fiducia in se stesso. Ciò è positivo e qualche risultato si comincia a vedere. Ma Renzi ha anche iniziato a scontrarsi con pezzi importanti della società italiana: le forze sociali, i sindacati, i pensionati, gli insegnanti. E non ha ancora inciso il vero bubbone italiano: la lotta agli sprechi, l’evasione fiscale, l’economia illegale e criminale, l’illegalità diffusa.

Da questo punto di vista, non c’è stata discontinuità con i passati governi.

Per realizzare il suo progetto, Renzi ha bisogno di suscitare dietro di sé un movimento popolare autentico. Deve mobilitare energie, coinvolgere i giovani e i delusi dalla politica, parlare di più con i cittadini, e saperli ascoltare.  Renzi ha sempre giocato a tutto campo, ha tentato di attrarre a sé la vasta area dell’antipolitica, si è presentato con il volto del rinnovamento e del decisionismo, ma quello che serve è un nuovo modello di democrazia e di relazioni con le parti sociali che sia improntato su un riconoscimento reciproco.

Solo una campagna di ascolto può tradurre in fatti concreti le tante aspettative con cui si è aperto il 2015.

Tutti ci auguriamo una inversione di tendenza netta. La ripresa, ancora fragile ed incerta, comunque si sta registrando, il PIL è tornato a salire, ma certo bobbiamo fare decisi passi in avanti.

Il problema della mancanza di lavoro e sviluppo è quello che maggiormente attanaglia il nostro Paese. Ed è un problema che è in cima anche alle nostre preoccupazioni, perché senza lavoro e sviluppo, la ripresa non sarà mai definitiva, è soprattutto crolla l’intero sistema di protezione sociale.

Creare le condizioni per uscire dalla crisi economica e occupazionale deve dunque essere il primo obiettivo dell’azione di governo, accompagnata da una attenzione vera ai problemi delle fasce più deboli della popolazione, anziani e pensionati in modo particolare.

Dall’economia reale arriva qualche segnale positivo, cresce la spesa delle famigli e gli investimenti, dobbiamo trasformare le speranze di ripresa, in ripresa effettiva.

Bisogna chiudere definitivamente la stagione dell’austerità a senso unico: bisogna sbloccare il credito e correggere il tiro di un fisco troppo esoso e punitivo su imprese e famiglie. E bisogna farlo presto: l’economia reale, finalmente, sta dando qualche segnale positivo. Ma l’eventuale discesa nella spirale deflattiva ridurrebbe gli effetti positivi in atto e cancellerebbe le legittime e necessarie speranze di un ritorno alla crescita.

Si continua in ultima analisi, in una situazione di grande incertezza che non aiuta un ulteriore sviluppo dei consumi e degli investimenti e quindi una capacità di competere come sistema Italia.

Pesano a questo riguardo ritardi storici che sono bel lontano dall’essere affrontati con decisione. Innanzitutto c’è un problema Mezzogiorno, che si assomma a quello della pubblica amministrazione, con le sue inefficienza, sprechi, corruzione ed illegalità.

Tutto ciò pesa in modo insopportabile sul bilancio pubblico e non può essere solo il sistema pensionistico a sostenere le politiche di rientro dal deficit.

In questi ultimi mesi la Corte Costituzionale si occupata di grandi questioni che riguardano i pensionati italiani a cominciare dalla sentenza di incostituzionalità del blocco degli adeguamenti all’inflazione per le pensioni tre volte il minimo, di fatto superiori ai 1400 euro lordi al mese.

C’è voluta una sentenza della Corte Costituzionale per rendere giustizia ai pensionati. Per anni è stato bloccato il pur misero aumento annuale legato ad un indice di inflazione previsto da un paniere che considera beni e prodotti che non corrispondono ai reali bisogni dei pensionati. Questo perverso meccanismo ha comportato negli ultimi 20 anni una perdita del potere di acquisto delle pensioni del 35%. Ora tutti si preoccupano del costo che avrà l’esecuzione della sentenza, ma perché non si preoccupano delle condizioni di vita del 46,5% dei pensionati che hanno una pensione inferiore a 1000 euro mensili e il 14,7% inferiore a 500 euro?

La soluzione prevista e giusta nel metodo, ma i risarcimenti a nostro avviso sono troppo bassi e questo non evita il rischio di altri ricorsi.
Solo qualche settimana fa la Corte aveva bocciato il referendum promosso dalla Lega Nord, ma questo non sembra non aver intaccato le chances di un intervento di riforma sulla materia, anche se stando a quanto affermato dal Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, nei giorni scorsi, c’è la volontà del Governo a riaprire il dossier pensioni dopo la conclusione dell’approvazione dei decreti del Jobs Act.

Il problema della revisione della Legge Fornero, resta in piedi e se ne parlerà in autunno. Questa legge, fatta in fretta e furia per ragioni di cassa, ha limiti evidenti che debbono essere corretti nel segno di una maggiore equità sociale.

La nostra proposta è che bisogna ripristinare una certa flessibilità in uscita, senza penalizzazioni, e tenere conto che non tutti i lavori e non tutti i lavoratori, sono uguali: le persone hanno esigenze differenti e a 67 anni è diverso stare seduti ad una scrivania o caricare cassette ai mercati generali. Bisogna far sì, perciò, che sia possibile andare in pensione dopo un certo numero di anni di contribuzione, in combinazione a una certa età.

Per Confesercenti la strada giusta sarebbe ripristinare il sistema delle quote ed incentivare – con contributi figurativi o sgravi fiscali – le “staffette” tra un lavoratore anziano che passa a part-time ed un giovane che entra in azienda ed impara un mestiere.

Oltre a questi interventi di merito, c’è una questione più generale: le revisioni del sistema previdenziale non devono nascere solo da esigenze di cassa, ma devono andare nella direzione di un miglioramento delle condizioni di vita di milioni di pensionati.

Per i pensionati non può valere solo e sempre la legge dell’austerity senza se e senza ma.

La sentenza della Corte non tocca il problema del necessario adeguamento delle pensioni basse, quale per essere chiari sotto i 1100 euro lordi.

E’ questa una nostra rivendicazione che non può essere sottaciuta anche di fronte all’aggravio di costi che comporterà l’adeguamento alle decisioni della Corte.

Del resto, come abbiamo già denunciato, dal 2008 un pensionato italiano ha perso 1.500 euro di potere d’acquisto, oltre 120 al mese ed inoltre a differenza, del resto d’Europa, a parità di reddito un pensionato italiano paga di più di un lavoratore dipendente.

In questi giorni se ne sono dette di tutti i colori ed ancora una volta i pensionati sono stati descritti, dalle colonne di tanti giornali e nei talk show televisivi, come quelli che guadagnano troppo, affossano i conti pubblici, tolgono il lavoro ai giovani, e’ una campagna di disinformazione inaccettabile, che stravolge la realtà.

Facciamo un po’ di chiarezza:
i dati ISTAT di dicembre, che oltre il 54 per cento dei pensionati vive con meno di 1000 euro al mese.

Sono ormai milioni quelli che sono sprofondati in condizioni di povertà e altri milioni si impoveriscono giorno dopo giorno.

Noi ci troviamo di fronte un vero e proprio dramma sociale, che è intollerabile perché i pensionati non sono, come sempre più vengono descritti, “un peso morto della società”.

Questa è la verità.

Questa drammatica situazione non rimane circoscritta nelle mura delle case ma ha ripercussioni sociali ancora più gravi, perché negli ultimi anni di gravissima crisi i pensionati hanno svolto, e stanno svolgendo, un ruolo di vero ammortizzatore sociale e con i loro redditi sostengono le famiglie di figli e nipoti, di chi il lavoro l’ha perso o non lo trova.

L’impoverimento dei pensionati si ripercuote quindi direttamente sull’intera società, producendo una crescita della povertà e del disagio di moltissime famiglie italiane.

Non c’è quindi solo un problema di giustizia sociale, sostenere i pensionati, quelli coi redditi più bassi.

Si corre il rischio di andare verso una vera rottura sociale e le recenti dichiarazioni di Tito Boeri designato Presidente dell’INPS se da un lato sembra favorevole ad interventi “correttivi”, dall’altro ci preoccupa non poco quando parla di contributo di solidarietà sugli assegni più alti, senza precisare meglio di quali importi si parla.

Attendiamo proposte per una critica nel merito, ma siamo convinti che non si possa intervenire con questa frequenza sul sistema previdenziale: c’è bisogno di stabilità, anche per valutare gli effetti di quanto fatto fino ad adesso.

Le nostre rivendicazioni non si limitano soltanto a questo.

Chiediamo più attenzione da parte del Governo.

Chiediamo la rivalutazione delle pensioni più basse; l’allargamento del bonus di 80 euro anche ai pensionati, una proposta che anche Renzi aveva fatto e poi è caduta nel dimenticatoio; l’ampliamento della “No Tax Area” sino a 13.000 euro, la riduzione della pressione fiscale per le imprese e per i pensionati, una legge nazionale per la non autosufficienza, la difesa del welfare nazionale e locale.

Ai Comuni chiediamo riduzioni della fiscalità locale, delle addizionali e migliori servizi sociali.

Su questi temi va aperto un canale di confronto con il Governo.

La salute è l’altra grande preoccupazione dei pensionati e delle persone anziane.

Con la SETTIMANA DELLA BUONA SALUTE Abbiamo pensato ad una iniziativa originale, nella quale abbiamo messo insieme denuncia, rivendicazione, ma anche promozione culturale, solidarietà.

Abbiamo svolto più di 60 iniziative, coinvolto tanti pensionati e pensionate. Abbiamo già raccolto 5000 firme, ma non possiamo sentirci del tutto appagati. Rimangono vuoti in tante aree del paese e scontiamo una difficoltà di presenza proprio nelle grandi aree metropolitane.

Su questi temi vogliamo continuare a impegnarci e la raccolta delle firme continuerà sino a settembre dove verranno consegnate al Ministro Lorenzin con una iniziativa pubblica.

Per questo serve un ulteriore sforzo nella Raccolta delle firme che deve ripartire da subito con tante micro iniziative diffuse, ma pensiamo di organizzare il 10 settembre prossimo una GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE.

La Festa FIPAC dall’ 11 al 25 Giugno, nel solco dell’esperienza dello scorso anno deve essere un momento di soggiorno sereno, festoso nel quale incaselliamo due iniziative più “politiche” una con i colleghi della Sardegna su “Sanità e benessere”, l’altra sarà un incontro con i dirigenti nazionale della Confesercenti.

Nell’ambito della Festa avverrà la premiazione del Concorso di Poesia che quest’anno sarà presieduto dallo scrittore Salvatore Niffoi. Concorso a cui hanno partecipato circa 80 poeti con oltre 150 poesie inviate.

Dall’andamento del tesseramento 2014  la Fipac si conferma una grande realtà, anche se si può e si deve fare molto di più.

Dobbiamo leggere i dati con l’obiettivo della crescita incrociandoli con le attività dell’ITACO e le iniziative delle FIPAC territoriali, la nuova Convenzione con l’INPS permette un ruolo più attivo ai Presidenti ed a tutti i dirigenti nella raccolta delle deleghe.

Possiamo fare di più, crescere ancora come FIPAC.

Ci aspettano mesi di particolare importanza per il nostro Paese, la Confesercenti, La FIPAC.

Dobbiamo arrivarci con una organizzazione viva e vitale, al centro come in periferia, capace di raccogliere le sfide aperte ma anche di fare comunità, di essere più presenti nel campo della socialità e della solidarietà.

Qui sta uno dei limiti che dobbiamo colmare.

Non ci nascondiamo le difficoltà, la ristrettezza delle risorse nella quale ci muoviamo, ma ci aspettiamo un maggiore contributo dal territorio: più partecipazione, più iniziative.

Con la collaborazione di tutti possiamo farcela.

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