Svolgiamo questa ASSEMBLEA Nazionale per programmare la nostra attività alla ripresa della pausa estiva e per fare il punto sulla situazione organizzativa della FIPAC, con particolare riferimento al territorio. Abbiamo un’organizzazione viva, con un radicamento diffuso, ma ancora con tante zone d’ombra sulle quali abbiamo intenzione di concentrare la nostra attenzione. Vogliamo intervenire per costruire gruppi dirigenti attivi e stabili, attraverso un rigoroso progetto organizzativo, da scrivere con la collaborazione dei Regionali e dei Direttori delle Confesercenti.
Ci aspetta un autunno pieno di impegni, per le iniziative che vogliamo mettere in campo, ma soprattutto per gli avvenimenti politici che ci attendono: dal varo della Legge di Stabilità, alle riforme costituzionali in discussione in questi giorni al Senato.
La capacità nostra è collegare il Progetto organizzativo, che deve riguardare anche modalità di lavoro della Giunta Nazionale, con l’attenzione ai principali problemi del nostro mondo, a cominciare dalle condizioni materiali di vita dei pensionati e delle pensionate. Nel recente Meeting di Perugia abbiamo parlato di prospettive di crescita economica per il nostro Paese. Ci sono segnali incoraggianti che arrivano dal calo dei disoccupati, alla ripresa del PIL, dalla fiducia di consumatori e imprese ad un leggero aumento dei prezzi che ci fa dire che la fase deflattiva è terminata.
Per anni abbiamo invocato la crescita e l’uscita dalla crisi e anche i dati che abbiamo diffuso al Meeting di Perugia, se confermati nel tempo, attestano che si può sperare in un’inversione di tendenza.
Basta? Certo che no. Nessuno potrà mai sentirsi soddisfatto di vivere in un paese che ha una disoccupazione di poco inferiore al 12% e quella giovanile oltre il 40%. Con una costante perdita del potere di acquisto delle pensioni, soprattutto di quelle basse e medio basse. ( Su questo tema ci sarà, a breve, una iniziativa del CUPLA).
Queste percentuali devono migliorare così come devono migliorare quelle relative alla pressione fiscale, che pesa come un macigno al consolidamento della crescita.
Migliorare il quadro economico, ridare fiducia alle famiglie e alle imprese, muovere il mercato del lavoro sono indicatori importanti che i pensionati italiani conoscono bene, giacchè da tanto tempo si stanno facendo carico di figli e nipoti senza occupazione, supplendo con quel “welfare familiare” di cui tanto poco si parla, ad uno stato sociale che non sa riformarsi.
Altro che scontro tra le generazioni, si mettano l’animo in pace quelli che ogni giorno pontificano contro gli anziani accusandoli di essere ladri del destino dei ragazzi. Chi sta oggi in pensione ha a cuore il proprio paese e con ansia aspetta, che esca una volta per tutte dalla crisi.
Parliamoci chiaro: se lo stato di salute dell’Italia migliora, è un bene anche per i pensionati.
Primo perché vengono sollevati da quel ruolo di ammortizzatore sociale che con grande spirito di sacrificio hanno ricoperto in questi anni. Secondo perché in questo modo anche il sistema previdenziale sarà sostenibile nel tempo. E’ del tutto evidente infatti che se non c’è lavoro e la disoccupazione è alle stelle anche i pensionati rischiano di passarsela ancora peggio.
L’auspicio ora è che questa crescita possa consolidarsi. Occorrono investimenti e la strategia giusta.
La nostra Federazione da tempo ha avanzato alla politica le sue proposte sostenendo che sia fondamentale concentrare gli investimenti su un settore dalle grandi potenzialità di espansione come quello del welfare. Fermiamoci tutti un attimo a riflettere. Quanti benefici porterebbe al nostro paese un welfare migliore? Quanti posti di lavoro si potrebbero creare intervenendo sull’assistenza per le persone più esposte come gli anziani e i bambini? Il welfare può rappresentare davvero un’opportunità di ulteriore sviluppo e crescita. All’inizio del prossimo anno organizzeremo un Seminario su questi temi, unitamente aa una riflessione sul “lavoro domestico”, specie quello assistenziale. Così come non mi stancherò mai di pensare che la riforma Monti-Fornero sia stata una riforma affrettata e pasticciata. I suoi errori ormai sono sotto gli occhi di tutti. Ed è anche per questo che si è riaperto il dibattito per modificarla.
Ci vuole il coraggio di intervenire, correggere le parti più inique perché è impensabile che tutti indistintamente continuino a lavorare fino a 70 anni impedendo in questo modo ai giovani di entrare nel mondo del lavoro. La riforma Fornero ha tolto quasi un milione di posti di lavoro dalla disponibilità delle giovani generazioni. Abbiamo lanciato questo ’allarme in occasione del Meeting Confesercenti.
Abbiamo documentato come la riforma della previdenza ha portato ad un aumento dell’occupazione per gli over 50, mentre continua ad essere sempre più complicato trovare un inserimento lavorativo per i giovani, sempre più spesso costretti ad andare a cercare all’estero le opportunità che non riescono a trovare in Italia. Un fenomeno a cui, secondo le nostre analisi, ha contribuito proprio la riforma Fornero, che ha tolto ai giovani la disponibilità di quasi un milione id posti di lavoro. Tanti, infatti, sono stati i lavoratori over 55 trattenuti sul lavoro dall’innalzamento dell’età pensionabile.
Dobbiamo agire subito, introducendo la flessibilità volontaria: la revisione della Fornero in questo senso è, per noi, il necessario completamento del Jobs Act. Anche perché la questione è destinata a porsi con ancora maggior forza nel futuro. Nel 2020 l’Italia avrà l’età pensionabile più alta d’Europa: un fattore che – combinato all’invecchiamento generale della popolazione – potrebbe rendere la situazione ancora più preoccupante per l’occupazione giovanile. Noi ribadiamo la nostra disponibilità a dare un contributo, inserendo all’interno dei contratti di settore misure per la staffetta generazionale. Un intervento che agevoli il pensionamento anticipato volontario dei lavoratori più anziani, per assumere al loro posto dei giovani.
Ci permettiamo allora di dare un consiglio al governo Renzi: affronti la questione una volta per tutte e lo faccia in modo giusto ed equo, anche aprendo finalmente un confronto con le parti sociali ascoltando le proposte di merito avanzate da tempo.
Ci rendiamo conto che c’è un problema di coperture ma non si riconduca il tutto ad un solo problema di contabilità.
C’è forte un malessere sociale, testimoniato anche dai recenti dati ISTAT sui pensionati all’estero. Occorre intervenire sulle cause di questa disagio sociale, che tocca argomenti importanti come quello della sicurezza, della solitudine, delle paure per un domani incerto.
Sul Tavolo del Governo non c’è solo la riforma della FORNERO.
C’è un altro tema che ci riguarda e ci interessa: quello della salute, o come lo intendiamo noi, quello della “buona salute”.
Su questo tema ci siamo spesi e vogliamo continuare ad impegnarci seriamente.
Mentre eravamo impegnati nella raccolta firme per la petizione su 10 azioni concrete per migliorare le prestazione del servizio sanitario nei confronti dei cittadini anziani, un nuovo termine è apparso nel dibattito di questi ultimi mesi . APPROPRIATEZZA.
E’ stato usato per denominare un Decreto Legge, (come avviene ormai di consueto), e si riferisce a quali condizioni un medico può prescrivere al paziente una determinata prestazione a carico del Sistema Sanitario Nazionale. Un termine astruso, la gente comune non capisce di che cosa si tratta. Qui si apre un altro tema, che voglio trattare solo di sfuggita, ma sul quale ci proponiamo di tornarci: che è quello del linguaggio tra governati e governati. Sfugge alle Autorità politiche che quando si parla di sanità occorre usura una terminologia chiara e comprensibili, mentre ci si concentra su tecnicismi, burocrazia o scontri tra interessi categoriali o professionali. Per noi va messa la centro la persona umana con i suoi bisogni, la sua fragilità, facendo il possibile per garantire l’accesso alle cure e al tempo stesso evitare sprechi.
Ecco cosa deve essere l’appropriatezza assistenziale.
Tutto ciò è essenziale per comunicare con chiarezza ai cittadini e ai pensionati confusi e disorientati. Garantire la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale, attraverso la sua sostenibilità e un dura lotta agli sprechi è un obiettivo che ci sentiamo di condividere, ma ciò deve avvenire senza incidere nel rapporto medico paziente; senza mortificare l’autonomia delle professioni, né ledere il diritto alla salute dei cittadini. E’ necessario che Ministero, regioni, sindacati, medici, società scientifiche e associazioni condividano un percorso e si spendano per far capire con chiarezza ai cittadini, ignari dei tecnicismi vari, cosa sta accadendo al Servizio Sanitario Nazionale di questo Paese. Perché siamo preoccupati quando sentiamo che verranno tagliati 208 esami, che tranne casi eccezionali, saranno a carico dei pazienti.
La FIPAC ribadisce che l’accesso alle prestazioni diagnostiche necessarie non deve essere limitato, perché questa scelta colpisce le persone più deboli e più bisognose, visto che gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 67% degli accessi alle prestazioni diagnostiche erogate dall’SSN.
Non si può scaricare sui medici il costo delle inefficienze, abbiamo piena fiducia nei camici bianchi e nella loro capacità di essere garanti dell’appropriatezza prescrittiva, e siamo disposti ad assumere a nostra volta questo ruolo di vigilanza, per porre un argine ai rischi della medicina difensiva.
Ci chiediamo, invece, se si sia riflettuto a sufficienza sui potenziali costi che il Servizio sanitario dovrà sostenere per esercitare un costante controllo sulle presunte prescrizioni inappropriate; non vorremmo trovarci, infatti, a spendere decine di milioni di euro in uffici ispettivi e guadagnare un pugno di mosche in termini di riduzione dell’inappropriatezza; senza tener conto del rischio maggiore, quello della compromissione del rapporto di fiducia tra medico e paziente.
D’altro canto, se è vero che in Italia si erogano 1 miliardo 365 milioni di prestazioni ogni anno, pari a 22,78 prestazioni in media per ogni residente, e che l’87% di queste è negativa, e se è stato stabilito che alcuni esami, una volta effettuati (a totale carico dell’SSN) possono essere ripetuti dopo 5 anni in assenza di patologie e particolari fattori di rischio, certamente esistono linee guida medico scientifiche che lo consentono.
I cittadini/pazienti per primi devono comprendere che razionalizzare le prestazioni non significa togliere salute ai cittadini, ma operare per il mantenimento di un sistema universalistico, e per consentire di adeguare l’offerta di servizi ai nuovi bisogni sanitari, prodotti anche dall’invecchiamento progressivo della popolazione, e dalle opportunità offerte dall’innovazione. Per consentire ciò occorrono l’impegno e l’onestà intellettuale di tutti, senza strumentalizzazioni, perché la salute non è un costo ma una risorsa della nostra nazione.
L’altra faccia della medaglia è l’inarrestabile emorragia del Fondo Sanitario Nazionale alla quale stiamo assistendo inermi, e siamo disposti a difendere il Servizio Sanitario ad ogni costo”.
In riferimento alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio relative al possibile congelamento di altri 3 miliardi di euro del Fondo Sanitario, il cui incremento per tale importo era previsto dalle precedenti normative, osserviamo che tale riduzione, sommata ai tagli di 2,35 miliardi di euro già effettuati nel corso del 2015, metterebbe in seria difficoltà le Regioni nell’erogazione dei servizi minimi essenziali ai pazienti. Poiché le voci che maggiormente incidono sulla spesa sanitaria sono quelle fisse, e pertanto più difficili da tagliare (personale ed altro), è certo che i risparmi in questione arriverebbero da ulteriori tagli ai servizi per i cittadini. A fare le spese di questa situazione sarebbero anzitutto gli anziani poiché, come è noto, il 65% dei costi sanitari sono legati ai bisogni di salute degli over 65, che peraltro godono di pensioni mediamente inferiori agli 800 euro mensili e quindi non possono ricorrere al settore privato. Di fronte a questa situazione Fipac unitamente ad altre associazioni si rende disponibile a un confronto tecnico con Governo e Regioni, per individuare soluzioni che consentano di raggiungere gli obiettivi di bilancio senza danneggiare la qualità dei servizi sanitari.
E’ uno dei punti della nostra Petizione.
Dobbiamo allora rilanciare la raccolta delle firme, organizzare Punti raccolta nei centri anziani, nei mercati, nei centri commerciali, riallacciare i fili di una discussione con le persone, arricchendola di queste tematiche e prepararci ad un appuntamento nazionale a Roma da tenere a metà novembre, per la consegna delle firme.
Proprio il 19 novembre vogliamo tenere la nostra ASSEMBLEA NAZIONALE che deve trasformarsi in un grande Evento pubblico, nella quale rilanceremo le nostre proposte su welfare e previdenza.
Abbiamo bisogno di un apporto di tutte le Federazioni provinciali e regionali, in un momento di scollamento anche dei rapporti associativi, fra le federazioni nazionali, quando invece avremmo bisogno della massima coesione e forza unitaria.
