Viviamo più a lungo, in media oltre 80 anni, ma gli ultimi venti quasi sempre non vengono trascorsi in buona salute.
Il nostro Paese è al primo posto in Europa per attesa di vita, ma occupa il quattordicesimo per invecchiamento sano e attivo, calcolato sulla base di un indice europeo denominato Active Ageing Index che misura vari fattori, tra cui la partecipazione alla vita sociale e familiare, l’autonomia psico-fisica, la capacità di mantenere relazioni con gli altri, il grado di indipendenza economica, l’impiego dopo la pensione.
Sono tutti gli elementi che noi mettiamo al centro della Settimana della Buona Salute.
Poiché intendiamo per Salute, qualcosa che va oltre il concetto di Sanità.
Buona Salute per noi è vivere bene.
Determinare un equilibrio tra benessere fisico, intellettuale, sociale, emozionale e mentale. Favorire quello che si chiama “Invecchiamento attivo” che è alla base del benessere degli over 60.
Per questo occorrono politiche di prevenzione di lungo termine, di rimozione di emarginazione e disagi, sia economici e sociali, sia dall’accessibilità all’assistenza sanitaria e della sicurezza. Sono problemi che influiscono, al pari della salute, ad una migliore qualità della vita.
Le previsioni demografiche confermano la tendenza della popolazione a invecchiare, non solo in Italia. La stessa Unione europea ha sollecitato gli Stati membri ad attivare strategie e programmi che consentano entro il 2020 di accrescere di due anni la speranza di vita in buona salute.
L’impatto che tali cambiamenti demografici stanno avendo sul sistema sanitario e sul welfare pone grandi interrogativi, a chi governa a tutti i livelli, alla ricerca scientifica, ma anche una grande responsabilità individuale.
L’obiettivo di tutti e non solo della scienza medica non è solo quello di aumentare l’attesa di vita, ma soprattutto aumentare gli anni di vita senza malattie e disabilità conseguenti.
Che cosa possiamo fare per vivere a lungo e meglio?
Gli studiosi ci dicono che i fattori ereditari incidono per circa il 25% sulla longevità, il resto dipende dalla società e dipende da noi.
Ecco il senso della nostra iniziativa. Della Settimana della Buona Salute.
Ragioniamo intorno a due ordini di problemi.
Il primo riguarda le politiche, cioè le condizioni che favoriscono il benessere sociale.
Ci rivolgiamo, allora, a chi Governa (governerà) questo Paese, agli amministratori locali, a chi ha responsabilità nelle politiche sociali e sanitarie, nel welfare per impegnarsi per una visione “alta” della politica che contrasti la “politica dello scarto”, come la chiamata Papa Francesco, vale a dire di ritenere le persone anziane un peso ed un costo per la società e quindi da poggiare in un angolo.
Spesso dipingono il nostro mondo come quello di gaudenti, che pensano solo a divertirsi, che vivono sulle spalle dei nostri giovani. Non è questa la realtà che abbi amo difronte. L’ultimo studio dell’INPS ci dice che quasi il 70% dei pensionati vive con un una pensione mensile sotto i 1000 euro lordi e questo dato diventa più drammatico se riguarda le donne pensionate. Non solo. In questi anni di crisi gli anziani, hanno visto diminuire il valore reale della loro pensione e la tempo stesso hanno dovuto sostenere di tasca propria accresciute spese sanitarie per cura e analisi. E al tempo stesso sappiamo anche che tanti dei nostri pensionati, sono il valore aggiunto, tramite i loro risparmi di una vita di lavoro, la loro pensione, per tanti nuclei familiari, dove vi è chi non trova lavoro, a chi lo ha perso, ed allora contribuiscono in maniera fondamentale a salvare il loro nucleo familiare, i loro figli e i loro nipoti.
Gli anziani si fanno carico dell’assistenza sanitaria dei familiari, assistono le persone non autosufficienti, sono una parte fondamentale di quello che chiamiamo “welfare familiare”
Inoltre tantissimi svolgono una attività di volontariato davvero encomiabile.
Ecco perché sono una risorsa fondamentale per il nostro paese. E lo sono anche perché sono la memoria viva della storia dell’Italia, delle comunità locali, ma perché sono una risorsa senza la quale l’Italia entrerebbe in crisi.
Per questo torneremo a chiedere al nuovo Governo politiche attive a favore della terza età, nel campo delle politiche sociali, dell’assistenza, della previdenza.
Il secondo aspetto è che vogliamo anche interrogarci su quello che noi possiamo e dobbiamo fare a cominciare dallo stimolare una condotta imperniata su un corretto stile di vita.
E mettiamo in campo un arco di iniziative molto vario.
Dal favorire l’informazione e la conoscenza sulle buone abitudini per mantenere le proprie condizioni di benessere durante tutto il ciclo vitale, ad una serie di incontri di promozione della prevenzione.
Dalle iniziative e denunce laddove ci sono disservizi e “malasanità”, ad una serie di incontri istituzionali perché la “salute ci interessa”.
Quest’anno abbiamo voluto mettere al centro della nostra iniziativa il tema dell’assistenza e del lavoro di cura.
E’ un problema rilevante che riguarda milioni di persone. Tutte le famiglie in qualche modo ne sono coinvolte.
Questo settore, da almeno un ventennio, è testimone di rilevanti dinamiche e cambiamenti della società, che non sempre la politica e le istituzioni hanno saputo cogliere.
In Italia ci sono più di oltre 5 milioni di caregiver familiari, persone che si occupano direttamente, in casa, dell’assistenza ad un parente bisognoso di cure.
Ma il dato nuovo che emerge dalla ricerca che abbiamo condotto insieme a SWG, in occasione del lancio della Settimana è il crescere dell’assistenza ‘fai da te’.
E’ una scelta spesso obbligata: in sei casi su dieci, infatti, le cure domestiche dirette, senza l’aiuto di una figura esterna, sono le uniche economicamente sostenibili.
Complessivamente, un cittadino su sette deve farsi carico di seguire, in vario modo, una persona con rilevanti problemi di assistenza. Il dato è volutamente di natura generale per non entrare nel privato delle persone ma riguarda l’insieme dei problemi posti dalle persone non autosufficienti, in toto o parzialmente, per anzianità o disabilità, dai cronicizzati, da invalidità a temporalità medio-lunga. Si tratta, pertanto di una platea di circa sette milioni di cittadini, dato di riferimento e con delle variazioni nel tempo.
Queste persone hanno problemi differenziati e di varia intensità ma richiedono attenzione e un’azione di cura. Il dato che emerge dall’indagine è leggermente superiore alle cifre ufficiali su questa realtà (più di sei milioni). I dati ufficiali, però, non tengono conto degli aspetti a temporaneità protratta e di situazioni particolari che richiedono comunque forme di assistenza. Occorre anche osservare che il crescente invecchiamento della popolazione rende continuamente più ampia la platea degli interessati da responsabilità di cura, spesso a loro volta anziani e privi delle risorse economiche necessarie.
Come segnalato, infatti, l’alta incidenza dell’assistenza familiare diretta – scelta dal 71% dei prestatori di cure – è dovuta nel 59% dei casi a motivazioni di tipo economico. Pesa, però, anche una certa preferenza per le cure domestiche: il 32% degli assistenti familiari, infatti, ammette di seguire personalmente il proprio parente perché preferisce non affidarne la cura ad estranei. Una scelta dettata da fattori culturali, ma anche da una diffusa sfiducia nelle strutture private, di cui si avvale solo il 4%. Basso anche il ricorso al pubblico (4%), ma c’è una quota di circa 200mila persone che segnala la mancanza di disponibilità nelle strutture del proprio territorio.
Tra chi può permetterselo, invece, si consolida la preferenza per le badanti: il 16% le impiega, per un esercito di circa un milione di addetti all’assistenza, uno su tre (il 35%) in servizio per oltre 18 ore a settimana. Anche la ricerca della badante è improntata al ‘fai da te’: il 72% ottiene il contatto attraverso il passaparola, mentre il 12% tramite lo sportello comunale o un’altra struttura pubblica. Il 9% si avvale dell’aiuto di associazioni e cooperative sociali, mentre il 5% attraverso la comunità religiosa.
L’aumento dell’aspettativa di vita ed il progressivo invecchiamento della popolazione richiedono un maggiore sostegno per il settore del lavoro domestico, da parte della politica.
Torneremo con un approfondimento su questi problemi che per noi sono essenziali.
Da tempo come FIPAC proponiamo la deducibilità di questo tipo di assistenza. Oggi gli incentivi per assumere legalmente un lavoratore domestico sono ancora troppo scarsi. L’offerta di un vantaggio fiscale apprezzabile potrebbe indurre anche 350-400 mila famiglie a regolarizzare i rapporti sommersi, con notevoli benefici anche in termini occupazionali. Abbiamo esempi virtuosi di questo tipo di politiche sociali in paesi europei come Francia e Germania: potremmo prenderne spunto e organizzare una coalizione di forze a sostegno di proposte che possono essere messe a punto tra chi è interessato.
